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Care e Cari,
qualche parola per tentare di comprendere il risultato elettorale di Torino che ha visto al secondo turno la schiacciante vittoria di Chiara Appendino.
Al mio profilo Facebook ho affidato i pensieri che mi salivano dal cuore e gocciolavano dagli occhi lunedì 20 giugno mentre preparavo gli scatoloni (potrete leggerli qui) e ringrazio tutte e tutti per i tanti commenti e il sostegno.

Ora vorrei provare a condividere qualche riflessione politica.
Intanto partiamo dai dati.
È anzitutto necessario confrontarci con il primo partito: quello dell'astensione; al primo turno hanno votato il 57,1% degli aventi diritto, al ballottaggio questo dato è sceso di 3 punti: ha votato il 54,4%.
Il calo potrebbe essere spiegato con il fatto che al primo turno votare ha un maggiore appeal, per alcuni, poiché si può scegliere il/la proprio/a candidato/a in consiglio comunale.
In ogni caso rimane il fatto che quasi la metà dei cittadini e delle cittadine non si è espresso. Da ciò discende l'ulteriore fatto che la Sindaca e' stata eletta da poco più della metà degli aventi diritto al voto e dunque rappresenta un quarto dell'elettorato.
È interessante rilevare come questa percentuale sia costante e con poca varianza in tutte e otto le circoscrizioni.

Un altro elemento da valutare sono le maggioranze elette nelle Circoscrizioni; come noto per le Circoscrizioni, Consigli e Presidenti, si è votato con unico turno il 5 giugno e in tutte e 8 le Circoscrizioni ha vinto la coalizione di centro sinistra; in alcuni casi, come alla Circoscrizione 5, con risultati incoerenti con il voto espresso lo stesso giorno dagli/dalle elettori/trici che avevano assegnato il loro voto alla candidata Sindaca Chiara Appendino.
Certamente questi elettori hanno premiato candidate e candidati del territorio e perciò ritenuti rappresentativi, diversamente non si spiegherebbe perché per la Circoscrizione lo stesso elettore o elettrice scelga di votare centro sinistra mentre per il Comune vota il Movimento5stelle.
Un'altra spiegazione potrebbe essere data da un radicamento migliore sul territorio dei partiti del centrosinistra e delle sue liste.
Dunque un'astensione che tocca metà della città, così come in due metà si sono divisi i votanti al secondo turno: al 45.5 % per Fassino e al 54.5 % per Appendino.
L'astensione così elevata da un voto che impatta direttamente sulla vita quotidiana della cittadinanza riporta con gravità ad una percezione che purtroppo è diventata diffusa, e di cui il ceto politico porta le responsabilità, della inutilità della politica.
Almeno nel bel libro di Saramago, Saggio sulla lucidità, l'elettorato sceglieva di andare compattamente a votare scheda bianca, con un gesto di cittadinanza attiva.

Per comprendere perché al primo turno Fassino abbia vinto con il 42% circa su Appendino che aveva ricevuto il 31% dei voti e al secondo turno Appendino sia passata dal 31 al 54.5 % dei consensi, mentre Fassino ha riportato il 44.5%, e' necessario guardare ai flussi dei voti.
I voti in assoluto di Fassino al primo turno sono stati 160.023, al secondo turno Fassino ne ha ottenuti 168.880, dunque il candidato sindaco del centro sinistra ha tenuto e anzi ha recuperato circa 8000 voti.
La candidata Appendino, che al primo turno aveva riportato 118.273 voti, al secondo turno ne ottiene ben 202.764, dunque 84.000 voti circa in più e , ripetiamo, con il 3% di votanti in meno.

Come è stato possibile?
Dall'analisi del Centro italiano studi elettorali della Luiss risulta come il 98 % degli elettori di Rosso al primo turno ha votato Appendino al secondo turno, l'85% degli elettori di Napoli e il 71% degli elettori di Morano hanno votato Appendino (vd. anche La Repubblica 21 giugno 2016, pag.VIII cronaca Torino).
Dunque il centro destra, se ancora ci fosse, ha votato come Sindaco Chiara Appendino e d'altra parte autorevoli esponenti di quella parte politica, tra tutte Claudia Porchietto già Assessore della Giunta Regionale con Cota, hanno dichiarato di aver scelto Appendino e di averla sostenuta.
In proposito, come dimenticare che nei mesi di gennaio e febbraio molte volte i media avevano riportato le voci critiche di chi sosteneva che il centro destra non aveva ancora individuato un proprio candidato perché Fassino era in realtà il candidato anche del centro destra; a Torino, dicevano questi esponenti politici appartenenti anche alla sinistra più radicale, si farà il partito della Nazione.

Alla prova dei fatti sembrerebbe il contrario: i voti del centro destra sono confluiti su Chiara Appendino.
E a questo punto non appare casuale che il primo Assessore indicato dalla Appendino per la sua futura Giunta per la delega al bilancio sia stato, oltre due mesi fa, il già Direttore al bilancio di Cota, ex presidente leghista della Regione Piemonte.
Non si chiamerà partito della Nazione, termine peraltro da avversare in un momento storico in cui i nazionalismi appaiono più che mai pericolosi, ma sarà interessante vedere come il Movimento No Tav e il centrodestra neoliberista si concilieranno, o come le battaglie per i diritti civili o la tradizione multiculturale di Torino sapranno integrarsi con posizioni politiche che spesso hanno espresso tutt'altre direzioni.

Le cause di questo tracollo del centrosinistra sono state individuate, nelle prime letture, e sono stati temi della campagna elettorale, nella povertà e nelle periferie, spesso facendo coincidere le due questioni: in realtà come sappiamo periferie e povertà sono entrambe effetto e non causa.
Le diseguaglianze sociali dovute ad un'iniqua redistribuzione delle risorse generano povertà e periferie anche non geografiche: i Comuni e le Città storicamente amministrate dalla sinistra e dal centrosinistra hanno fatto del decentramento e della diffusione sul territorio dei servizi e delle opportunità culturali e sociali una loro cifra politica.

L'articolazione territoriale dei servizi e degli eventi culturali, così come dei fondi europei (a Torino possiamo citare i fondi Urban destinati prima a Mirafiori e poi a Barriera di Milano), e' uno dei tratti culturali delle Amministrazioni di centrosinistra.
La cultura politica della sinistra, che non parlava di povertà ma di diseguaglianza sociale e di periferie e di inclusione, insomma di pari opportunità nell'accesso alle risorse di una città, e' sempre stata attenta a diffondere sui territori più disagiati la propria azione. La sinistra che governava le città, negli anni 70 e 80 del '900, era ben consapevole che le persone che abitavano quelle aree della città erano quelle con minore potere di acquisto e perciò andavano dove le case costavano meno e l'offerta di alloggi con dimensioni adatte a famiglie più numerose era affrontabile.
In quei quartieri operai oggi vivono spesso i pensionati che devono mantenere figli e nipoti disoccupati, pensionati con il minimo della pensione, immigrati che appena possono si trasferiscono in altre zone. In quei quartieri e' venuto meno, se mai c'è stato il mix sociale, mantra di ogni intervento di edilizia residenziale pubblica.

La crisi ormai batte da otto anni e la disoccupazione, l'occupazione precaria, la cattiva occupazione hanno preso il posto dei dispositivi di piena occupazione che garantivano pace sociale e inclusione.
E questa crisi ha intrecciato la specificità di Torino che in questi venti anni ha dovuto ricostruire la propria identità sociale ed economica, cercando di individuare nuove vocazioni sostitutive almeno in parte di quella industriale.
Ma oltre alla crisi bisogna interrogarci su ciò che è successo a quella cultura delle amministrazioni civiche di sinistra, e a quel l'approccio dove il welfare dei servizi educativi, sociali e culturali fungeva da strumento redistributivo.
È successo che ai Comuni sono state ridotte in modo drastico le risorse necessarie per operare questa funzione di democrazia di prossimità.
Dunque se le diseguaglianze sociali e la non inclusione sono la causa di questo voto, la causa prima sta nelle diminuite leve che le Amministrazioni di centro sinistra hanno potuto agire per arginare queste cause in ragione della forte diminuzione delle risorse a disposizione dei Comuni.
E a ciò si aggiunga in questi ultimi anni una scelta dei governi centrali di accentramento di poteri, di competenze e di distribuzione delle risorse che taglia e supera i corpi intermedi anche istituzionali, le articolazioni territoriali della democrazia: i Comuni.

In questi anni la diminuzione dei trasferimenti dallo Stato (a Torino pari a circa un terzo del bilancio complessivo del Comune: nel 2010 erano trasferiti 360 milioni circa dallo Stato, non più pervenuti in seguito, su un bilancio totale di 1.250.000.000), i vincoli di spesa per il personale e il patto di stabilità interna hanno portato a carico dei Comuni un contributo alla spending review che è passato dal 2008 al 2014 da 1650 a 16.665 miliardi, nonostante i Comuni incidano sul debito pubblico per il 2% ( vd. Marco Bersani, Manifesto, 25.6.2016).

Gli enti locali possiedono "la gran parte della ricchezza sociale: territorio, patrimonio pubblico e servizi pubblici locali" (Bersani cit.).
Le nuove regole di bilancio, dei Comuni che con l'armonizzazione e il pareggio di bilancio superano il vecchio Patto di stabilità, potrebbero sulla carta portare una ventata di novità tanto invocata, e a ragione, dall'ANCI.
Ma, sempre, il governo centrale non ha scelto i Comuni come veicolo di welfare. Come non ricordare la improvvida scelta di eliminare l'IMU per tutte le prime case indipendentemente dal valore dell'immobile e dal reddito dei proprietari?
A ciò si aggiunga la scelta di erogazioni finanziarie rivolte direttamente ai cittadini, come i diversi bonus diretti ai lavoratori, agli insegnanti o ai diciottenni, che producono una minore efficacia di investimenti e di spesa in servizi pubblici per la cittadinanza, che a differenza di un ente pubblico non gioca sul mercato un potere di acquisto espresso dall'aggregazione di domanda.

In questi ultimi cinque anni, a partire dalle due manovre del luglio 2011 di Tremonti sugli enti locali, i Comuni, soprattutto quelli che avevano un patrimonio pubblico consistente e dei servizi di qualità e dimensione diffuse, hanno avuto soltanto due leve libere per mantenere questa "ricchezza sociale": le tariffe dei servizi e gli oneri di urbanizzazione.
In entrambi i casi le misure derivanti dall'uso di queste leve producono inevitabilmente altra povertà: sulle tariffe a Torino si è scelto di mantenere molto basse quelle delle famiglie più disagiate, ma gli aumenti calati sui ceti medi, per far quadrare i conti pubblici, sono stati importanti oltre che necessari. Così come gli oneri di urbanizzazione, necessari a chiudere i bilanci, laddove la destinazione richiesta dagli operatori era la realizzazione di centri commerciali, hanno minato il commercio di prossimità producendo altra povertà e altre periferie sociali e culturali, non-luoghi frequentati da consumatori e strade costellate di serrande abbassate: un tessuto urbano strappato.
Le mediazioni cercate dall'Amministrazione Comunale sono state tante: ad esempio la richiesta di realizzare nell'area ex Westinghouse anche un centro congressi, oppure la richiesta agli operatori che intendevano costruire residenze universitarie di praticare un canone di affitto calmierato e affrontabile dagli studenti.
Tuttavia è necessario tornare a discutere con forza di risorse a disposizione dei Comuni affinché possano continuare a svolgere il loro ruolo di democrazia di prossimità attraverso un welfare redistributivo fatto di servizi pubblici.

La posta in gioco e' la democrazia di prossimità, quella che può attivare processi di partecipazione, è il welfare.

Il livello del governo nazionale e' lo sfondo cruciale di queste elezioni amministrative e della vittoria dei pentastellati a Torino: la legge sulle pensioni, le leggi sul lavoro, il jobs act, la buona scuola, gli incentivi alle imprese senza richiedere investimenti, la alta percentuale di disoccupazione giovanile anche tra i giovani più formati, le rendite improduttive.

Proprio in questi giorni è stata varata una legge che prevede che la banca che concede un prestito ad un imprenditore diventa subito proprietaria dell'immobile che l'imprenditore mette a disposizione, con la condizione sospensiva che si perfeziona quando l'imprenditore non paga tre mensilità del prestito. Ci si domanda perché tanta protezione alle banche e perché tanto disincentivo all'investimento di impresa.

È' indubbio che questo governo abbia deluso a sinistra (o chi continuava a ritenere la sinistra storica argine alle diseguaglianze) e il PD ne abbia sopportato le conseguenze; peraltro lo spostamento a destra voluto dal segretario-premier, come questo voto ha dimostrato, non ha pagato e del resto questo inseguimento della sinistra storica dell'avversario politico è storia antica e precedente al partito PD.

Torino è una città dove convivono primati incoerenti tra loro: Torino e' prima per innovazione, ricerca, alta formazione, tra le prime per cultura e turismo; ma Torino e' prima anche tra le città del nord Italia per disoccupazione giovanile, per dispersione scolastica, per basso reddito pro capite.

Torino e' il paradigma del passaggio da manifattura a cultura, dalla dimensione fordista alla dimensione culturale: "il problema è che il modello fordista era inclusivo, i quartieri di Torino erano operai e tutta la vita della città si plasmava su quel modello...la sostituzione del modello culturale non ha raggiunto quella efficacia di modello inclusivo" (Giovanni De Luna, Manifesto, 22.6.2016, p.3).

Il nuovo paradigma di sviluppo locale sostenibile fondato su un mix che pone accanto alla manifattura l'innovazione, la ricerca, l'alta formazione, la cultura e il turismo, è la strada giusta per produrre leve atte a garantire risorse da redistribuire e la qualità del welfare insieme a opportunità di lavoro qualificato.
Ma l'efficacia di quel modello, che si fonda su un processo, ha bisogno di tempo per espandersi e attraversare anche i ceti meno abbienti; nel frattempo, e nell'immediato, la crisi occupazionale, generazionale e sociale, così come quella culturale e politica, richiede interventi immediati di welfare, dal sostegno al reddito, al fondo sulla morosità incolpevole, ai trasporti, ai servizi sociali ed educativi.
In questi anni il Comune ha tentato e in larga parte e' riuscito a mantenere i servizi esistenti ma l'aumento delle difficoltà economiche della cittadinanza, soprattutto in certe aree di Torino, richiedeva di aumentare e non solo di mantenere sia la platea dei beneficiari che la dimensione quantitativa dei servizi.
Ma questo ampliamento era incompatibile con la diminuzione di risorse a disposizione del Comune e lo sfondo su cui si pongono le conseguenze per le cittadine e i cittadini della attuale situazione richiede interventi normativi ed economici strutturali a livello nazionale ed europeo.
Non è un caso che le due città dove non vi è stata la contrapposizione tra centrosinistra e movimento5stelle siano Milano e Bologna, città con reddito medio decisamente superiore a quello di Torino e di certe aree di Roma, dove la voglia di cambiamento, e parlo di Torino, intreccia una scommessa è una promessa su un futuro più facile, o meno difficile, che nulla a che fare con la qualità dell'azione amministrativa.

Prodi, nella sua intervista a Repubblica, ha detto bene: il populismo ha base nella paura sociale causata dall'insicurezza economica e dalla crescente diseguaglianza.
E la sinistra non viene più ritenuta capace di essere argine alle diseguaglianze, in uno Stato sociale che è indebolito, in politiche fiscali che di fatto garantiscono rendite parassitarie, nella deregolazione del lavoro, in normative che sono palesemente ingiuste, dalle pensioni agli esodati.
E allora chi promette di liquidare i responsabili di queste scelte diventa prediletto oltre che eletto: c'è bisogno di affidarsi a questa speranza di voltare pagina anche se il Movimento5stelle non dice quali sono le strutture economiche e politiche su cui interverrà e porterà il cambiamento, ma al momento, per il suo successo, basta la promessa di liquidare coloro che sono ritenuti responsabili delle attuali difficoltà.
E allora che fare: intanto evitare che vi sia degrado nelle forme della protesta contro la politica e che della politica si torni a percepire l'utilità: non la politica antipolitica per buttare a mare i cattivi ma la politica utile per convivere meglio e condividere. Questo è possibile se come sinistra sapremo mantenere la qualità delle forme della politica, riportando capacità progettuale e anche radicamento, che vuol dire presenza nelle città e in tutti i suoi territori.

Come sinistra dovremo fare i conti con il fatto che oggi, nell'immediato, l'alternativa percepita come utile e' già quella del Movimento5stelle e a noi starà di far ripartire una politica non populista, e questo sarà possibile solo se eviteremo di rinchiuderci in spazi minoritari autoreferenziali.
Del resto le liste della sinistra alternative non sono state premiate dal l'elettorato che ha considerato il M5S la vera alternativa.
Abbiamo un po' di tempo per far si che quanto accaduto a Torino e a Roma non diventi la prospettiva nazionale come già intravediamo nelle manovre della Lega che trova nel M5S la forza delle sue origini.
Per la sinistra in questo momento la strada e' stretta (Oggionni: "Non ci sono praterie ma una via stretta", Manifesto, 24 giugno 2016) e per questo, per evitare che la prospettiva populista ci travolga, dobbiamo far partire una discussione larga e aperta a tutto il campo democratico e progressista.

Incominciamo dal referendum sulla Costituzione e a Torino dal lavoro politico e sociale nelle Circoscrizioni dove siamo al Governo, e inoltre mi piacerebbe una discussione aperta e franca anche all'interno del movimento femminista.



Mariagrazia Pellerino

Scrivimi le tue impressioni e continuiamo la discussione
pellerino@hotmail.it

www.mariagraziapellerino.it

  







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